L’ultima lettera

Carissimi è da tanto tempo che non ho vostre notizie e che non ho potuto aggiornarvi con le mie.

Sono partito mio malgrado per questa guerra che non ho mai condiviso  ma che ho dovuto fare per il mio paese.

Come sapete durante la leva nell’Arma dei Carabinieri ho dovuto prestare servizio per la visita di Hitler a Roma, ma non sono mai riuscito ad esprimere finora cosa ho provato, quella orrenda sensazione di partecipare allo spettacolo del potere e della violenza, con la nostra splendida Roma di marmo travestita di cartone per impressionare il feroce alleato con i suoi stessi simboli, sovrapposti al nostro glorioso passato.

Per questo non sentivo questa guerra quando sono stato richiamato, quando ho letto insieme a voi, in quella mattina di primavera, in campagna, quella cartolina. Ricordo ancora il profondo dolore che abbiamo provato, insieme, come insieme abbiamo sempre vissuto tutto nella nostra famiglia. Il babbo, le mie carissime sorelle, i miei adorati nipoti.

È stata una guerra lunga, difficile e io ho cercato di fare del mio meglio, per quello che è stato possibile, nella mia piccola tenenza in Grecia. Ho cercato di mediare con i tedeschi, non è stato facile e non sempre mi è riuscito. Ogni giorno imprigionavano qualcuno, spesso solo per dimostrare il loro potere, senza nessun altro motivo, senza che riuscissero a vedere esseri umani ma solo nemici .

Quando c’è stato l’armistizio la Grecia è stata evacuata e mentre tornavamo a casa il nostro treno è stato circondato dai tedeschi che ci hanno fatto prigionieri.  Ci hanno separato, ufficiali e truppa, e portato in un campo di concentramento in Polonia, dove la più grande sofferenza è stata la vostra lontananza. Vi ringrazio per tutto quello che avete potuto mandarmi tramite gli amici del nord Italia, soprattutto i papassini per i santi, che mi hanno fatto sentire più vicino a casa e che ho condiviso con i miei compagni, sentendo la carezza delle vostre mani che li hanno preparati per me.

Ora la guerra è finita, siamo stati liberati dagli Inglesi che ci hanno concesso di tornare a casa con qualsiasi mezzo avessimo trovato. Un piccolo camion, io, il carissimo Paolo e altri compagni di prigionia e finalmente stavamo tornando a casa. Siamo anche riusciti a salvare la bandiera e il diario del reggimento, che abbiamo tenuti nascosti nel campo. Ma a Garmish si sono rotti i freni e siamo finiti in un campo minato saltando per aria e riportando gravi ferite. Vi scrivo dal mio letto di ospedale e so che questo è uno dei miei ultimi giorni.

E per questo sento anche il bisogno, carissimi, di dirvi alcune cose per me importanti. Perché possiate non avere rimpianti e andare sempre a testa alta, certi che l’onore non è mai stato tradito.

Mentre eravamo nel campo di concentramento arrivavano gli emissari della Repubblica di Salò che ci promettevano grandi avanzamenti di carriera se fossimo entrati nel loro esercito. Ma nessuno, nessuno di noi ha ceduto alle lusinghe. E tutti siamo rimasti fedeli al nostro paese e alla nostra gente. Nessuno si è venduto per fama e per gloria. Nessuno ha tradito. Perché nella vita c’è sempre una scelta, fra bene e male, giusto e sbagliato. Dobbiamo solo essere pronti a pagarne il prezzo. Ma questo prezzo, carissimi, è un investimento per il vostro onore e per la vostra dignità.

Ora vi lascio, le forze iniziano ad abbandonarmi. Non abbiate rimpianti e accogliete come un nuovo fratello l’amico Paolo che vi porterà questa lettera.

Vi amo immensamente.

Mario

Garmish, 28 maggio 1945

Questa lettera non esiste, l’ho scritta decifrando le lettere arrivate dalla Grecia e i pochi messaggi, ora in mio possesso, arrivati dal campo di concentramento e facendo tornare alla memoria i racconti dolorosi ascoltati a 15 anni da un compagno di prigionia di un fratello della mia nonna. Lui era venuto a trovarci in Sardegna per conoscere mio fratello che porta il nome del suo amico mai dimenticato. 

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4 thoughts on “L’ultima lettera

    • Già, l’ho scritta da tanto tempo questa lettera, ma è una storia dolorosa di famiglia, che ancora provoca sofferenza. Non l’avevo mai pubblicata, ma oggi, in questo momento storico, mi sentivo di dover fare qualcosa e l’ho fatto. Anche se non è stato semplice.

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