Le trappole dei giochi

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Leggo su Facebook di un asilo in cui la maestra, quando i maschietti sporcano i tavoli con i colori li fa pulire alle bambine e all’improvviso affiora un ricordo rimosso.

Il mio asilo, le suore e le bambine che dopo il pranzo si contendono l’onore di avere il minigrembiulino da camerierina con tanto di pizzi e merletti per poter aiutare a sparecchiare, mentre i bambini vanno a giocare in cortile.

Per me allora non era altro che un gioco e devo alla mia famiglia che non si sia trasformato in una gabbia.

Perché a casa mia il babbo faceva la spesa, mia madre divideva fra me e mio fratello i piccoli aiuti che i bambini possono dare e anche il nonno materno aiutava la nonna.

Il nonno paterno non lo ricordo molto, perché ero molto piccola quando morì, ma quella era una famiglia particolare, una grande casa con tutte donne, due vedove, due meravigliose zitelle, i mariti, finchè sono vissuti, figli e figlie. Tutti insieme appassionatamente. Erano cresciute da sole col mio bisnonno perché la mamma era morta poco dopo l’ultimo figlio, i fratelli erano morti giovani, uno in un lager in Germania. Erano abituate ad essere indipendenti.

Ho voluto molto bene a quelle suore, perché ci facevano fare tanti giochi, oltre ad allenarci ad essere brave massaie. Soprattutto cantare. E io adoravo cantare.

Gli voglio un po’ meno bene ora.

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